1 Luglio 2022

Rizzatti, l’eroe della Folgore che mai s’arrese

Maggiore Mario Rizzatti, Comandante del 1º Battaglione Paracadutisti “Folgore”, caduto per la difesa di Roma a Castel di Decima il 4 giugno del 1944

Questo Rizzatti, cocciuto e testardo, è un vero Italiano, uno di quelli che sanno ancora scrivere la Storia.
S.E. Benito Mussolini

Nato a Fiumicello, in provincia di Udine, il 30 gennaio del 1892, Mario, “Mariut” come lo chiamava la madre, desiderava fare il contadino e lavorare la sua terra come il padre ma i genitori lo fecero studiare e così si diplomò maestro elementare.
Con lo scoppio della 1ª Guerra Mondiale fu arruolato nell’esercito austro-ungarico, essendo Udine all’epoca di dominazione austro-ungarica, ma, grazie al fratello irredentista, riuscì a fuggire e, nel 1915, a 23 anni, si arruolò volontario nel Regio Esercito e fu assegnato al 2º Reggimento fanteria.
Nel 1922, iscritto al PNF, partecipò alla Marcia su Roma ed in seguito prestò il suo impegno alle opere di bonifica ed alla costituzione delle Colonie quale fervente sostenitore dei programmi rivoluzionari messi in pratica durante il Ventennio.

All’ingresso dell’Italia nel 2º conflitto mondiale, nel giugno del 1940, Mario Rizzatti si arruolò volontario nel 408º Battaglione costiero di stanza in Sardegna.
Nel marzo del 1942, a 50 anni, Mario Rizzatti presentò domanda di ammissione alla Scuola Paracadutisti di Tarquinia e, completato il corso di addestramento, al comando del XII Battaglione della Divisione Paracadutisti “Nembo”, ritornò in Sardegna e fu proprio lì che lo colse la notizia del tradimento dell’8 settembre del 1943.
Profondamente deluso ed amareggiato il Comandante Mario Rizzatti decise immediatamente, seguito in blocco da tutti i suoi uomini del XII Battaglione che lo adoravano, di continuare a combattere al fianco dell’alleato germanico, nonostante le pressioni esercitate su di lui dal suo generale al quale risoluto disse: “… Signor Generale, io voglio ancora combattere e, se necessario, morire per la mia Patria”.

Dopo lo sbarco dell’invasore angloamericano ad Anzio nel gennaio del 1944, il Battaglione del Comandante Mario Rizzatti, inserito nel 1º Corpo d’armata tedesca, entrò in azione l’11 febbraio ma, dopo appena un mese, e precisamente il 10 marzo, fu convocato con urgenza a Gargnano per appianare un “incidente” verificatosi con il Duce in persona.
Infatti una sua lettera, spedita ad una sua amica di Gorizia, venne intercettata e finì direttamente tra le mani di S.E. Benito Mussolini che volle immediatamente ricevere spiegazioni.
Trovatosi al cospetto del Segretario particolare del Duce, Bortolo Giovanni Dolfin, a Rizzatti fu mostrata la sua lettera nella quale aveva testualmente scritto: “… combatto per l’Onore della Bandiera e della Patria, non certo per il Governo!” e quando gli fu chiesto se l’avesse scritta lui, rispose “… si, questa lettera l’ho scritta io di mio pugno e non ho nulla da aggiungere né da togliere.
Se ho compiuto un reato per aver scritto quello che penso, sono qui per scontarlo!”.
Il Prefetto Dolfin, colpito dalla coerenza e dalla risolutezza del Comandante Rizzatti e, conoscendolo come un uomo di enorme valore e di sani principi, volle ascoltare dalla sua viva voce quali fossero le ragioni delle sue doglianze, ascoltate le quali, lo convinse a raccoglierle in uno scritto che avrebbe poi consegnato, personalmente, al Duce.
Il Comandante Rizzatti, ovviamente, non si tirò indietro ma scrivere quella lettera per lui fu un’impresa ardua.
Dopo una notte intera trascorsa insieme, durante la quale Rizzatti scrisse e stracciò una decina di lettere, finalmente, ne nacque una missiva esaustiva ed una nuova amicizia.
Mentre legge con attenzione la lettera, che all’inizio recava tutta una serie di richieste materiali per gli Uomini impegnati nella dura Battaglia per la difesa di Roma, il D_ce arriva a queste parole scritte dal Comandante Rizzatti: “… sono preoccupato per le condizioni dei miei Uomini che continuano a morire. Spariamo perché nessuno abbia il diritto di dire che gli Italiani sono tutti vigliacchi. Conosciamo soltanto l’Italia e credo che questo dovrebbe bastare.”
Fu allora che Mussolini, dopo aver completato la lettura, pronunciò le parole che ho riportato in epigrafe: “Questo Rizzatti, cocciuto e testardo, è un vero Italiano! Uno di quegli italiani che sanno ancora scrivere la Storia” e decise di chiudere l’episodio.

Ma il Comandante Rizzatti aveva una guerra da combattere e rientrò immediatamente ad Anzio, dove intanto gli angloamericani avevano oltrepassato la linea difensiva a Nettunia.
Il reparto del Comandante Rizzatti rimase di retroguardia a Castel di Decima dove stabilì il comando in una grotta sulla strada principale che portava al Castello.
Fu proprio il 3 giugno che il Comandante Rizzatti parlò, per l’ultima volta, con suo figlio Alessandro, Sergente A.U. Paracadutista del Reggimento “Folgore” dell’E.N.R.
Lo vide marciare al seguito del suo battaglione in ritirata dal fronte: “Come va?” chiese al figlio “Credo non vada tanto bene”, rispose Alessandro. “Stai attento sai, ricordati di sparare per primo” dice il padre accarezzando il figlio, poi prosegue: “Avanti, in bocca al lupo” ed il figlio lo salutò sull’attenti per l’ultima volta.

Dopo aver respinto il primo attacco inglese all’alba del 4 giugno, i Paracadutisti ne subiscono un altro pesantissimo con carri armati Sherman.
Per il Reggimento, rimasto privo di armi controcarro, la situazione divenne disperata e fu in quel momento che il Maggiore Rizzatti, seguito dal suo portaordini Massimo Rava appena diciottenne, decise di uscire allo scoperto e, ricordando le parole dette al figlio qualche ora prima “… mi raccomando, ricordati di sparare per primo”, si piantò dinanzi ai mezzi cingolati nel tentativo disperato di arrestare, o quantomeno rallentare, l’avanzata della colonna nemica.
Con uno slancio di eroismo estremo il Comandante Rizzatti, armato solo di mitra e bombe a mano, si scagliò contro il primo Sherman creando un momento di incertezza tra i carristi inglesi che mai si sarebbero aspettati un attacco da un Uomo praticamente disarmato ma che immediatamente reagiscono falciando i due Eroi a colpi di mitra.
Lì, dove il Maggiore Rizzatti ha sacrificato la propria vita per l’Onore d’Italia e per i suoi Camerati una lapide marmorea reca, in suo ricordo, la seguente iscrizione: “Pro itala gente contra hostes bellique desultores militum ductor bello strenuissimo ad Urbem defendendam Mario Rizzatti “.

Grazie al gesto eroico di Rizzatti e Rava il Capitano Edoardo Sala, insieme ai suoi 60 uomini del nucleo di riserva tattica, attaccò e bloccò la colonna corazzata.
Sala, con inaudita prontezza d’animo, colpirà con un Panzerfaust prima il carro di testa e poi, riparandosi dietro un muretto che costeggiava la strada, risalirà tutta la colonna per andare a colpire il carro di coda, operazione che di fatto bloccherà la colonna d’acciaio costituita dai carri che saranno poi attaccati ed incendiati dai paracadutisti.
Il sacrificio di Rizzatti e Rava e l’azione di Sala ritarderanno di alcune ore l’avanzata nemica, oramai inesorabilmente vicina Roma.

Durante il ripiegamento verso Roma non si ebbe il tempo nemmeno di dare degna sepoltura ai camerati caduti e così i corpi del Maggiore Mario Rizzatti e del giovanissimo Massimo Rava furono messi, uno accanto all’altro e coperti da un telo, nella grotta dove era stato attestato il Comando.
Dopo qualche giorno gli abitanti di Castel di Decima, come forma di onore e gratitudine per la disperata battaglia portata avanti fino all’estremo sacrificio, danno degna sepoltura ai corpi degli Eroi caduti fino a quando il medico del paese ne dispose l’esumazione “per ragioni sanitarie”, o più probabilmente per compiacere “i liberatori” e, dopo averli cosparsi di benzina li diede alle fiamme insieme ai documenti di riconoscimento e le piastrine.
I resti furono trasportati a Roma e gettati in una fossa comune del Cimitero del Verano.

Il nostro dovere è quello di continuare a ricordare, con orgoglio e gratitudine, questi Eroi dimenticati che hanno sacrificato la propria vita “per l’Onore d’Italia” perché “… noi siam d’un’altra Patria e crediamo negli Eroi”.

Valentina Carnielli

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