21 Maggio 2022

Con gli eroi di Mariupol a prescindere dalla geopolitica

Articolo di Andrea Bonazza del 12 aprile 2022 per il Primato Nazionale

Mentre il presidente ucraino Zalensky continua a passare da un’intervista televisiva all’altra invocando Washington e Bruxelles, nelle zone orientali dell’Ucraina si continua a morire e combattere in una guerra di confine senza esclusione di colpi. Con una tragedia che stando alle fonti ucraine dovrebbe raggiungere oltre diecimila persone uccise in 47 giorni di assedio e lotta quartiere per quartiere, più che ad un conflitto del terzo millennio, per tecniche e schieramenti post-ideologici in campo, la guerra a Mariupol ricorda forse la battaglia di Stalingrado degli anni Quaranta del secolo scorso.

Solo una settimana fa abbiamo assistito alle immagini dei 250 fanti di Marina ucraini costretti ad arrendersi al nemico, essendo rimasti completamente senza munizioni, e di cui ad oggi non si conosce la fine. Nella giornata di ieri, il drammatico appello di un’altra Brigata di marines sembrava sancire definitivamente l’epilogo della resistenza ucraina nella città sul Mar d’Azov. “Oggi sarà il nostro ultimo giorno di combattimento. Le munizioni stanno finendo (…) Siamo stati bersagliati da bombe d’aereo, di artiglieria, di carri armati e di qualsiasi altra arma da fuoco. Ci siamo difesi degnamente facendo l’impossibile“. A detta del coraggioso sindaco di Mariupol, fatta eccezione per l’ambientazione bellica ritratta, sembra essere però un falso il lancio di questo testamento della 36esima Brigata dei marines ucraini che, da 47 giorni, stanno combattendo insieme al Reggimento Azov per difendere Mariupol dall’offensiva russa.

In queste ore però, i separatisti filo-russi annunciano che ormai l’importante porto della città sul Mar d’Azov sembra finito definitivamente nelle mani di Mosca. Ad affermarlo è l’auto-proclamatosi capo della Repubblica separatista filo-russa, Denis Pushilin. A rimarcare ulteriormente l’impegno bellico nella conquista di Mariupol tuona poi il discusso leader delle milizie islamiche cecene alleate di Mosca, Ramzan Kadyrow. Il comandante dei mercenari ceceni sostiene che la presa della città si concluderà a breve e che i “nazisti” di Azov pagheranno per le loro malefatte in Donbass.

Sarebbero oltre trentamila inoltre i civili che, sempre da Mariupol, le truppe del Cremlino stanno trasferendo all’interno dei confini russi; a detta di Mosca per tutelarne la sicurezza, secondo Kiev, invece, per una deportazione forzata della popolazione. Questo sta avvenendo nelle vaste aree di Mariupol conquistate dall’armata russa e, come gli stessi media putiniani affermano e rilanciano con video propagandistici, da qualche settimana è in corso una caccia ai tatuaggi fascisti e nazionalisti tra militari e civili per effettuare quella che Putin stesso ha definito “opera di denazificazione” che, secondo fonti ucraine e alcuni profili social dei soldati russi, di starebbe traducendo in una sistematica eliminazione fisica del nemico ideologico con esecuzioni sommarie di bolscevica memoria.

Alcune notizie che ci giungono dai canali ufficiali del Reggimento Azov impegnati nel fronte sicuramente più caldo e difficile di questa guerra, ormai accerchiati dalle forze invasori come i trecento spartani alle Termopili, lanciano l’ennesimo allarme di armi chimiche non convenzionali che i russi starebbero sparando contro le zone della città ancora difese dalle irriducibili milizie ucraine. Una sostanza gassosa e velenosa, sconosciuta alla scienza militare ucraina, che, inalata nell’aria, creerebbe nei soldati pesanti difficoltà respiratorie. Una sorta di potentissimo Covid19, reale – per non esser complottisti – sganciato nelle ultime ore dai droni russi contro soldati e popolazione civile barricata negli ultimi quartieri ormai senza vie di fuga.

Uno dei comandanti in loco del discusso Reggimento Azov, formazione militare composta da patrioti ucraini di dichiarata ispirazione fascista, sempre in queste ore ha raccontato la situazione nella città sotto assedio mediante i propri canali social. Il video è stato subito tradotto in inglese e poi condiviso da soldati, patrioti e da migliaia di militanti dei movimenti di destra radicale di tutta Europa.

“Slava Ukraini! Molti oggi parlano di difendere Mariupol, che stiamo combattendo le forze soverchianti, che stiamo trattenendo una grande orda, che non facciamo entrare i russi, e che stiamo trattenendo l’intero esercito russo. Tutti sono felici, perché l’orda non va oltre. Ma avete pensato a come si sta qui, a come si combatte in queste condizioni, a come si sentono i difensori di Mariupol?

È quando ti scrivono: “Come stai, amico mio?” e tu appena cinque minuti fa hai messo un amico che conosci da sette anni in un sacco nero. È quando il tenente comanda meglio e più efficacemente di un colonnello, che per tutta la vita ha ricevuto uno stipendio dallo Stato. Si prende cura di un soldato, si prende cura di un altro, si prende cura di un terzo soldato, e sempre modestamente dimentica se stesso. Dimentica di ricompensare se stesso. Questo è quando il reggimento AZOV prende d’assalto una compagnia di forze speciali d’elite. Questo è quando un amico con una ferita grave scappa dall’ospedale perché ha promesso di aiutare i suoi amici. Di aiutare a combattere al fronte. Questo è quando i nostri chirurghi in condizioni disumane e difficili eseguono operazioni e amputazioni estremamente complesse. Quando una piccola e fragile ragazza corre sotto il “Grad” e salva delle vite. Quando un giovane di 19 anni parla modestamente di come è riuscito a distruggere venti pezzi di equipaggiamento. Questo è quando un ex ufficiale del personale prende un lanciagranate e corre a distruggere i carri armati nemici. Questo è quando le nostre ragazze fanno la zuppa, se così si può chiamare, ma ti si blocca in gola, perché a un paio di isolati un bambino affamato muore di fame, e tu, dannazione, non puoi aiutarlo. Questo è quando un ufficiale ferito in battaglia grida “Slava Ukraini” e si fa saltare in aria con una granata per non arrendersi. Questo è quando un autista con due taniche di benzina corre sotto il fuoco dell’artiglieria perché deve rifornire un’ambulanza. Questo è quando il nostro soldato prende l’acqua e rischia la vita per darla a un soldato russo catturato. Non sa ancora che la lastra lo ha inchiodato. Ha inchiodato il prigioniero a causa di una granata d’artiglieria lanciata dalla feccia russa. È allora che i ragazzi sognano le grida di quei bambini, di quelle persone che sono state bruciate vive. Bruciati vivi dal TOS-A1. Quando gli amici nascondono gli occhi, non sanno cosa dirti, perché si vergognano di dirti che hanno paura di venire qui ad aiutarti. Quando i politici che dicono costantemente che “li sosteniamo, siamo in costante contatto con loro”, ma per più di due settimane nessuno risponde al telefono e nessuno comunica con noi.

È per ricordare, per ricordarsi di noi. Per ricordare Mariupol sempre. Parlarne. Ma è una città martire. È una città combattente. E non siamo nel passato, siamo nel presente, capisci? Questo è il momento in cui si legge di se stessi con dolore, e si è ancora vivi. Vivi ancora nella speranza. Capisci che devono venire da te. Soprattutto quelle persone che sono fedeli al giuramento. Persone che sanno che la Russia può essere sconfitta. E voi state combattendo per loro, per quegli ucraini, per quegli amici che hanno già dato la loro vita nella lotta per l’Ucraina. E noi, i difensori di Mariupol, vogliamo augurare al popolo ucraino di tenere duro. Tenere duro. Non dimenticate la lotta. Combattete e vincete. E vi ricordiamo ancora una volta che Mariupol è l’Ucraina. Finché siamo qui, Mariupol continua ad essere ucraina!”

Parole vere, antiche, dettate dall’amor – patrio e dalle ferite della guerra. Parole più forti della retorica e della propaganda che ci stiamo abituando a rivedere nei servizi televisivi. Parole che dovrebbero per lo più fare interrogare ogni europeo e che non possono fare altro che stringere il cuore ad ogni soldato o veterano di guerra. A chi la guerra l’ha vista e combattuta, per davvero, anche su fronti diametralmente opposti, di certo non dalla comodità del proprio divano. Non dalle curve degli eterni derby ideologici o geopolitici, offuscate dai fumogeni dell’ottusità accecante dei colori sgargianti dei beniamini più in vista, ma direttamente in campo, all’ombra dei bomber di turno, giocando la partita più importante per la bandiera della propria nazione. In una corsa disperata dribblando la vita e la morte di un intera squadra. Spesso insultato, dagli ultras moderni alle tribune VIP, spesso lontano da riflettori e facili vittorie ma ad ogni azione, ad ogni affaticato respiro, più vicino alla gloria dei propri antenati.

Andrea Bonazza

www.ilprimatonazionale.it

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