21 Maggio 2022

18 aprile’44, nasce il SAF della RSI, primo servizio militare femminile

Il Servizio Ausiliario Femminile viene istituito il 18 aprile 1944 con il decreto ministeriale n. 447, come supporto allo sforzo bellico.
“Il fascismo femminile che porta bravamente la gloriosa camicia nera e si raccoglie intorno ai nostri gagliardetti, è destinato a scrivere una storia splendida, a lasciare tracce memorabili, a dare un contributo sempre più profondo di passioni e di opere al fascismo italiano.” Mussolini
Il Servizio Ausiliario Femminile (S.A.F.) è stato un corpo femminile delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana. Il comando fu affidato al generale di brigata Piera Gatteschi Fondelli. Il regolamento voluto da Piera, nominata generale di brigata, è rigido: niente pantaloni, niente trucco, niente fumo, nessuna concessione al cameratismo. La Gatteschi vuole che nessuno pensi alla sue ragazze come a delle esaltate o le ritenga di facili costumi: patriottismo e moralità sono le basi su cui intende costruire la nuova realtà delle donne soldato che però vuole molto femminili. «Non volevo un esercito di amazzoni» dirà molti anni dopo «ma di ausiliarie, di sorelle dei combattenti». Le ausiliarie prestano assistenza infermieristica negli ospedali militari, lavorano negli uffici e alla propaganda, allestiscono posti mobili di ristoro per la truppa. In totale le donne arruolate saranno 6.000. L’arruolamento era volontario e molte ragazze arrivarono dal servizio ausiliario della Xª Flottiglia M.A.S., che fino ad allora aveva raccolto 300 ragazze, in maniera spontanea ma disorganizzata. Al corpo vennero affidati anche compiti importanti e rischiosi, quali vere operazioni di sabotaggio. «Le nostre donne hanno indossato la divisa, e sul bavero della giacca han messo l’alloro con il gladio di Roma. Le nostre donne hanno abbandonato il focolare domestico, le cure della casa e son diventate soldati. Non indossano più leggere, fruscianti camicette di seta, profumate di violetta o di gardenia, ma una rozza camicia grigioverde. Non ondeggiano sorridenti e molli sulle alte suole di sughero, ma marciano serene e fiduciose al ritmo degli scarponi chiodati. È uno spettacolo nuovo al quale non eravamo abituati. Le avevamo già viste le nostre donne in divisa, è vero; ma solo come sorelle di carità nell’ampio abito blu delle crocerossine, con in fronte, sul bianco del velo, la rossa croce della misericordia. Le abbiamo viste di sfuggita qualche volta nelle immediate retrovie del fronte, quando i feriti venivano caricati sui treni ospedale ed esse erano le prime a dar loro un po’ di serenità sorridendo. Perché il sorriso di una donna può anche non far sentire il martirio della carne lacerata. Poi le abbiamo viste, silenziose, mai ferme, instancabili, andare e venire senza sosta nelle bianche corsie degli ospedali. Le abbiamo viste correre al letto di un ferito gemente ed accarezzarne il viso, così spesso imberbe, contratto dal dolore. Una carezza materna che allontanava il martirio. Le abbiamo tante volte viste asciugare furtivamente una lacrima per la morte di un soldato affidato alle loro cure, e ritornare poi, virilmente forti, a riprendere l’opera dopo l’attimo di sconforto. Erano donne d’una indubbia nobiltà di sangue e di cuore che, lasciate le luccicanti tolette di gala, avevano indossato l’abito severo delle crocerossine. Ma, pure vivendo tra i soldati ed operando per questi, nulla esse avevano di militare. Erano le immagini viventi di una pietà profondamente femminile: pietà di madri, di sorelle tutta intesa ad alleviare le sofferenze di figli e di fratelli sconosciuti. Ed esse continuano ancora la loro opera. Le infermiere volontarie di Croce Rossa sono rimaste al loro posto di sacrificio, a servire in umiltà i figli più martoriati della grande Madre. Ed oggi accanto a loro, si sono poste tante altre donne italiane. Sono in maggioranza donne del popolo; fanciulle cresciute nello spirito del Fascismo, che non hanno potuto sopportare inattive l’onta dell’8 settembre. Ed hanno chiesto di arruolarsi, di impugnare loro quelle armi gettate e rifiutati dai vigliacchi.

Il gesto di queste donne ed il successivo decreto del Governo Repubblicano di istituire un corpo ausiliario femminile, ha fatto torcere il naso e gridare allo scandalo i soliti catoni da caffè. Come, le nostre donne tra i soldati? È uno scandalo autorizzato dal Governo; è immorale, è anticristiano, antisociale. Poi, ancora: questo fascismo che ha sempre predicato di proteggere la famiglia, ora spinge queste donne fuori della casa, le manda al fronte. E questo dopo aver gridato ai quattro venti l’inumanità del bolscevismo che ha fatto altrettanto. Parole che lasciano naturalmente, fra di noi, il tempo che trovano. Perché sappiamo chiaramente qual è l’altissimo significato e l’altissimo compito del Servizio Ausiliario Femminile. Troppi uomini hanno disertato e vegetano invigliacchiti nei caffè. E queste donne, superbamente italiane, li sostituiscono. Non però nel combattimento, che sarebbe come ripudiare la femminilità, ma in quelle mansioni che sono prettamente femminili. Esse saranno le infermiere, saranno le cuoche, saranno le sarte, saranno le scrivanie dei nostri soldati che combattono. Saranno in una parola le mamme, vigili ed attente, che cureranno i loro figlioli. Saranno le buone spose che faranno trovare al combattente, di ritorno da un’azione, una buona minestra calda, la pratica già sbrigata per il sussidio ai vecchi genitori, le bende pronte per medicare la ferita. Ma se il destino lo vorrà, queste donne, che nulla han perso della loro femminilità perché han continuato a fare le donne in ogni momenti della loro giornata, se il destino lo vorrà, esse sapranno però anche imbracciare il fucile. Lo imbracceranno per difendere il corpo del proprio uomo caduto, per difendere la loro casa minacciata, per difendere il bambino ignaro. Le donne di Firenze insegnano. Ed in cantoni da caffè riordinino che questi non sono atti di sanguinarie, di femminile che hanno perduto la loro casa crollare, il loro focolare distrutto, i loro bambini uccisi. È l’istinto più forte di conservazione che spinge queste donne a difendere, con una forza sorta all’improvviso dal più profondo della loro femminilità, quello che esse han creato soffrendo. Guardiamo quindi queste nostre ragazze del Servizio Ausiliario Femminile, con orgoglio; in esse ritroviamo l’antica virtù rinata, l’antico amore di Patria di cui furono animate le donne di Sparta e di Roma, le donne guerriere del nostro Risorgimento. Al di sopra della famiglia, ne esiste un’altra, più grande; una famiglia che si chiama Italia ed alla quale tutto bisogna dare, perché non sia smembrata, perché viva ancora, forte e rispettata. Migliaia di nostre donne hanno capito questo: sono giovinette, donne mature, mamme anche che sanno, che sentono come solo sanno sentire le donne, che solo così operando, i loro uomini, i loro figli potranno domani essere fieri di dire: io sono italiano.

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