21 Maggio 2022

La strage della funivia del Cermis in un’Italia succube degli americani

Articolo di Andrea Bonazza su il Primato Nazionale del 3 febbraio 2022

Trento, 3 febbraio – Era il 3 febbraio del 1998 quando un aeromobile da combattimento americano, decollato dalla base militare di Aviano, tranciò di netto i cavi della funivia del Cermis. In quel 3 febbraio 1998 non vi era nessuna pandemia o obbligo di Greenpass per turisti e sciatori. Le piste innevate sui monti della Val di Fiemme accoglievano turisti da mezza Europa e gli impianti di risalita riportavano gli stessi in quota per l’ennesima discesa. L’ultima.

A fungere da attrazione turistica, oltre la bellezza delle Dolomiti, erano ormai da diversi mesi le improvvise e incoscenti acrobazie che i caccia americani compivano sorvolando la Val di Fiemme. A bassa quota, sempre più bassa. Ma tra l’eccitazione dei vacanzieri ignari, incominciarono nella valle a levarsi voci di proteste; pastori e contadini trentini si lamentarono aspramente sulla pericolosità di simili incursioni aeree. “Vacche e capre le si spaventa e nol fa più il latte”, “cosa i fa che la guerra xe finia da un pezzo”, “prima o poi ghe scappa il morto”.
Prima o poi ci scappa il morto.
A nulla valsero gli avvertimenti e le proteste dei valligiani contro una potenza, quella americana, arrivata fin qui nella seconda guerra mondiale per liberarci da un regime per poterlo sostituire con un altro.
Nel 1998 in Italia non v’era la guerra. Essa però infiammava da diverso tempo a pochi chilometri dai nostri confini, lungo la sponda opposta del Mare Adriatico. In quel periodo i Balcani erano infatti un enorme campo di battaglia che non risparmiava confessioni religiose o etnie; caduto il socialismo jugoslavo, genti e milizie iniziarono a massacrarsi tra loro per le rivendicazioni più svariate, a volte nobili, troppo spesso malvagie. L’Europa guardava preoccupata questa cruenta trincea alle sue porte. All’Italia sembrò rituffarsi nel passato; nella sua storia che, proprio in quelle terre orientali tra le pietre del Carso e le onde della Serenissima, scrisse le sue pagine più buie.
Al di qua del confine, nell’Italia degli aperitivi e delle discoteche in Riviera, dei tafferugli domenicali e del dopo Mani Pulite, qualcuno una guerra la stava preparando forse da tempo. Colonia NATO dal 1945, l’Italia ospitava e ospita supinamente in casa un invasore militare esportatore di democrazia e libertà. Così dicono. Fatto sta che nella seconda metà degli anni Novanta le truppe USA nella nostra penisola avevano un bel da fare tra addestramenti e logistica per le tante missioni all’estero. L’aeronautica dello Zio Sam fu all’ora la più attiva sia negli scenari esteri che a casa nostra da dove, un anno più tardi, nel 1999, in un accordo tra sinistra e americani l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema inviò gli aerei italiani a bombardare Belgrado con l’operazione Allied Force.
La regione italiana più vicina al fronte orientale è da sempre il Friuli Venezia Giulia e, quel 3 febbraio ’98 alle ore 14:36, dalla base aerea di Aviano si alzarono ancora una volta in volo i Grumman EA-6B Prowler del corpo dei Marines per un esercitazione nel Triveneto. Uno degli aerei pilotato dal capitano Richard Ashby, volando troppo basso in un gioco incoscente e pericoloso per gli abitati sottostanti, un’ora dopo tranciò con l’ala del suo velivolo i cavi della funivia del Cermis. Una caduta di 150 metri in sette interminabili secondi che strapparono la vita a venti turisti europei. Tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un’olandese morirono a causa dell’ennesima arrogante bravata alla “Top Gun” di piloti troppo esaltati dalle pellicole hollywoodiane. Una tragedia annunciata che poteva tranquillamente essere evitata se, anziché continuare a prostrarsi al padrone d’oltreoceano, i governanti italiani avessero ascoltato le proteste degli abitanti della Val di Fiemme.
La scatola nera con i video e le registrazioni di volo dell’aereo USA non venne mai rinvenuta e i piloti furono immediatamente rimpatriati negli Stati Uniti negandoli così alla giustizia italiana. L’allora presidente americano Bill Clinton si scusò pubblicamente per “l’incidente” ma rifiutò di consegnare i piloti ai tribunali italiani. Furono solo le decine di testimonianze dei cittadini e il sequestro del velivolo da parte della magistratura trentina a sancire la verità sull’intera vicenda. L’aereo incriminato era già pronto infatti per essere smontato e riparato ma, grazie al pronto sequestro da parte della magistratura italiana, i periti trovarono sul mezzo le inconfondibili prove di resti di cavo della funivia. In base alla Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo status dei militari NATO, la giurisdizione doveva essere statunitense e, quindi, il processo agli imputati si sarebbe dovuto tenere negli USA nonostante le proteste di politica e magistratura italiana. Tra i componenti dell’equipaggio che quel giorno dilaniò i cieli di Cavalese vi erano il capitano Chandler Seagraves e il capitano William Rancy, entrambi addetti ai sistemi di guerra elettronica, e i capitani Joseph Shweitzer, navigatore, e, appunto, Richard Ashby, pilota e comandante dell’aereo. Quest’ultimo venne assolto nel 1999 in quanto, a detta di Ashby, l’altimetro del velivolo era rotto e non distinse la reale altezza. Accusato di intralcio alla giustizia dopo che National Geographic mandò in onda una sua testimonianza in cui ammise di aver distrutto il video con le registrazioni di volo, Ashby scontò appena quattro mesi di detenzione nelle carceri militari USA. Nel 2003 il Capitano dei Marines, Chandler Seagraves, giudicato colpevole di strage dalla giustizia italiana, venne vergognosamente promosso a Maggiore tra le polemiche della stampa europea.
Radiati con disonore dal corpo militare statunitense, nel 2008 Ashby e Shweitzer impugnarono la sentenza al fine di essere riammessi ma vennero a galla nuovi risvolti dell’intera vicenda. I due ammisero che nel processo del ’99 vi fu un patto segreto tra accusa e difesa nel quale si accordò la caduta dell’accusa di omicidio colposo per mantenere invece quella di intralcio alla giustizia. Nel 2009 la Corte d’appello degli Stati Uniti si pronunciò confermando la condanna di primo grado.
Tra il silenzio dei media e l’imbarazzo politico nel ricordare questa tragedia con il suo epilogo, anche quest’anno CasaPound Italia ha voluto rendere omaggio alle vittime del Cermis. “Da Aviano al Cermis, ricordiamo le vittime degli USA” è il testo dello striscione affisso oggi nei pressi della base USAF di Aviano, in Friuli, a cui è stata accompagnata una deposizione di un mazzo di fiori al cippo dedicato alle vittime, presso il cimitero di Cavalese, in Trentino. “Gesti simbolici – dichiara in nota il movimento – per rinnovare la memoria di quelle vittime ancora senza giustizia. E la nostra promessa di rendere loro omaggio ogni anno, auspicando che mai più simili assurdi gesti possano costare una sola vita umana e che l’Italia tragga dal suo atteggiamento in quella triste vicenda il giusto insegnamento per saper essere non più colonia, ma Nazione”.
Andrea Bonazza 

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