26 Settembre 2021

La distruzione economica dell’Italia che passa dalla negazione della propria storia

La rubrica di PostaCerere 

Un paio di anni fa, per la precisione il 2 novembre del 2018, scrissi un articolo sulla distruzione e sulla decadenza industriale dell’Alto Adige causata dalle politiche neoliberiste e discriminatorie della SVP. Lo spunto era la svendita e il fallimento della Solland Silicon. Poi scrissi come le politiche di incentivi economici per il settore settore turistico non fossero investimenti, ma bensì semplici regali ai propri elettori. Poi il 29 novembre 2020, scrissi nuovamente come fosse profondamente ed economicamente sbagliato fare del turismo l’economia trainante del terziario, perché il settore turistico non potrà mai essere determinate per la crescita economica, semplicemente perché non crea valore aggiunto a niente. Oggi i dati economici distribuiti dalla Commissione Europea sul PIL italiano e quello europeo mi danno ragione. Le prospettive di crescita per i prossimi due anni si dovrebbero aggirare intorno al 3,5% con l’Italia logicamente nella parte bassa della media. Nella parte alta invece ci troviamo i paesi ancora industrializzati e manifatturieri come la Germania oppure quelli che detengono le materie prime. Per cui la Commissione europea se ne frega se al governo ci sta l’efficiente ed europeista Mario Draghi, benché ci arrivino un valanga di soldi col Recovery Fund la nostra crescita economica sarà ancora bassa. I dati parlano chiaro: l’Italia continuerà a crescere molto meno degli altri paesi europei, indipendentemente dal Recovery Fund. Questo perché le ragioni sono strutturali e non contingenti per il Covid 19, come Draghi e compagnia suonante ci vogliono far credere. L’aver svenduto il sistema industriale italiano per ragioni di incompetenza industriale in Italia e per ragioni di discriminazioni etnica in Alto Adige, ha portato questa nazione ad essere l’ultima ruota del carro in Europa. L’aver perso (io dico svenduto a saldo, per colpa dell’euro) una consistente quota di capacità manifatturiera ha fatto ridurre il nostro PIL. Logicamente di conseguenza il debito pubblico è aumentato, ma quasi quasi si può anche dire che in termini assoluti è rimasto costante se non addirittura diminuito. Inoltre, ai tempi della Lira, aver gestito il debito pubblico quando si aveva la separazione della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro, impedendo così di acquistare i titoli del debito pubblico, e poi con l’Euro e il ruolo privatistico della Banca Centrale Europea, ha fatto si che la stagnazione dell’economia italiana sia divenuta irreversibile. Questi geni dell’economia pensavano che dopo la morte della contrapposizione della guerra fredda, la tecnica e l’informatica (vi ricordate le tre I di Berlusconi: Informatica, Inglese e Impresa) fossero la vera potenza di espansione del nostro tempo e che divenissero loro stesse ideologia. Invece ha semplicemente lasciato un vuoto ideologico, un deperimento dell’anima e dello spirito religioso. Che se ne pensi bene o male, l’industria manifatturiera era l’elemento ideologico sia della destra che della sinistra. Il neoliberismo con la globalizzazione ha superato proprio questo paradigma perché ha smentito tutte le profezie ideologiche. Le ideologie hanno sempre proiettato nel futuro una selezione di elementi dell’esperienza che riteneva buoni, escludendo quelli che considerava funesti, come se solo i supposti elementi buoni dovessero sopravvivere in una società futura. Così, con la morte delle ideologie in Italia, sono morte anche le industrie manifatturiere. Difatti gli unici settori economici che hanno avuto una crescita in Europa che hanno permesso di avere dei buoni risultati sono stati l’edilizia e l’industria. I due settori sono stati sempre i grandi punti di forza della nostra cultura a partire dai Romani fino ai nostri giorni, dalla costruzione di strade e ponti e anfiteatri per l’Impero fino ad arrivare alle migliori facoltà di ingegneria e architettura del mondo. Disconoscere il proprio passato porta proprio a questo, perdere l’orientamento e la direzione della strada. Mi sembra di essere rimasto l’unico a vedere con occhi straniti quello che sta succedendo, forse mi sbaglio ma nessun economista sembra preoccuparsi di questa strana narrazione sulla situazione economica attuale e sul nuovo governo. Si sta riproponendo la solita narrazione mediatica sessantottina a difesa di Draghi, una narrazione generazionale autoconsolatoria, nessuno straccio di analisi, nessuna vera autocritica, solo un intellighenzia che si racconta, fa finta di autoprocessarsi e poi si assolve.

G.L.Cerere 

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