25 Gennaio 2021

Tra lockdown e turismo di massa nel cambio culturale dell’Alto Adige

La rubrica di PostaCerere 

Come ho più volte scritto su questo blog, in Alto Adige è stato fatto un percorso di deindustrializzazione per poter schiacciare il gruppo linguistico Italiano. Al contempo sono stati creati percorsi di sviluppo economico nell’agricoltura, nel turismo e in quei settori del terziario con discrezionalità amministrativa provinciale, tutto questo per poter favorire il gruppo linguistico che possedeva la terra. L’ultima legge urbanistica è solo l’ultimo esempio di come si andrà ancora maggiormente ad arricchire un solo gruppo linguistico. Non per niente negli ultimi due anni è stata modificata 4 volte, proprio perché si dovevano bilanciare gli interessi di tutti i stakeholder di questa giunta provinciale. In base a questa nuova (30 anni circa) struttura economico-sociale la giunta provinciale ha istituito sia il primo che il secondo lockdown e così farà anche col terzo; cioè fine stagione turistica tutti chiusi in casa, si riapre stagione turistica tutti possono ritornare a circolare fino alla fine della prossima stagione turistica, cioè a marzo 2021. Nulla di cervellotico, questa analisi si evince tranquillamente dalle scelte scritte nero su bianco nelle ordinanze della provincia. Il vero problema non è l’aver fatto del turismo il settore trainante di un territorio, ma di come questo settore ha modificato la struttura sociale di questa terra. La consapevolezza che il turismo di massa sia diventato più un danno che un semplice vantaggio economico è iniziato per la prima volta nel 2016 nei Paesi Baschi e poi in Catalogna. Dato che quelle terre sono state letteralmente invase da orde di turisti e che i popoli che vi abitano avevano delle tradizioni culturali ben salde si sono trovati difronte a un fenomeno che gli trasformava la quotidianità. Difatti sono state anche le prime regioni che poi in contrapposizione al degrado nel neoliberismo centralista hanno avuto come reazione un movimento separatista. Avevano trasformato città e luoghi ricchi di tradizioni storiche millenarie in parchi di divertimento all’aperto al solo costo della disaggregazione della società stessa. Iniziarono così le prime manifestazioni contro le seconde case e gli affitti in nero, perché non permettevano più ai residenti di trovare delle locazioni a prezzi accessibili. Poi si iniziò a manifestare contro la precarietà delle occupazioni nel settore turistico, insomma iniziò un percorso di coscienza comunitaria perché il turismo stava distruggendo quei valori a cui quei popoli erano da secoli legati, difatti una delle prime manifestazioni aveva come slogan principale “El Barrio no se vende!” in Catalogna e nei Paesi Baschi con il ben noto modo di dire “Ikusi eta ikasi” (guardare e imparare). In Alto Adige stiamo e in parte siamo già arrivati a questo. L’aver agevolato un solo settore economico, e casualmente anche un solo gruppo linguistico, ha sbilanciato la proporzionale di questa terra. Chi possedeva la terra si è maggiormente arricchito e gli altri si sono inevitabilmente impoveriti. Provate a guardare le maestranze degli alberghi, non trovate un italiano nemmeno col lumicino, sono tutti stranieri sfruttati e sottopagati per poter permettere ai loro titolari fare profitti in un mercato chiuso. Non per nulla la politica immigrazionista piace a questa giunta, altrimenti come farebbero a trovare personale lavapiatti. Ma la cosa peggiore è la perdita del sentimento di appartenenza a un territorio e la trasformazione di elementi storici in folklore ad uso e consumo per i turisti. Guardiamo cosa era la festa di San Firmimo a Iruñea (Pamplona) e cosa è diventata adesso solo per fare un esempio. Con lo stravolgimento della quotidianità vanno a perdersi tutti quei elementi di attenzione nei confronti di un territorio: ambiente, amicizie, famiglia, aiuto di vicinato, sentimento di comunità, ecc. Tutti questi aspetti fondanti e tipici di ogni singola società si vanno a livellare verso un unico modello mondialista in nome soprattutto dei diritti universali. Diritti universali che vogliono semplicemente racchiudere il concetto che deve essere il Dio denaro in terra a comandare e non più i Dei del cielo. In antropologia questo fenomeno venne già studiato con l’avvento della fotografia. Alcune popolazioni indigene della terra, come in Amazzonia, Sud Est Asiatico, Micronesia, ecc, non si facevano fotografare perché avevano paura che l’immagine racchiusa nella foto potesse imprigionare la sua anima. Noi occidentali figli dell’illuminismo sorridevamo a siffatte credulonerie perché scientificamente non potevamo provare l’esistenza dell’anima e a maggior ragione la sua prigionia su una foto. Quello che però non capivamo è che la paura di queste persone non era che la loro anima veniva imprigionata, ma che potesse essere alterata e portata via dalla loro terra, insomma lo stesso sentimento espresso in modo diverso dai baschi e dai catalani. Ora, i più avveduti con questa pandemia, forse avranno riflettuto sul significato vero di questo isolamento forzato, invece tutti gli altri, come se nulla fosse, si imbarcheranno sui soliti barconi per i soliti viaggi nel mondo dei balocchi.

G.L.Cerere 

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