Mar. Giu 2nd, 2020

COVID19, analizzando i dati europei emerge la crisi del sistema sanitario italiano

La rubrica di PostaCerere 

Dopo il report di ieri che attestava a 969 morti di Covid 19 solo nella giornata di ieri 27 marzo 2020, mi sono chiesto come mai ci sono così tanti morti solo in Italia? Non è una domanda semplice a cui rispondere, perché se paragonato agli altri paesi europei c’è un discrepanza troppo elevata. La statistica è presto fatta; in Italia 1 su dieci, 10% degli infettati non sopravvive, al contrario della Cina che si è fermata al 4%, la Spagna al 7%, la Corea del Sud solo all’1,4%  e infine della Germania che è solo all’1%. C’è da dire che in alcuni paesi siamo solo all’inizio dell’epidemia. Comunque ovunque il numero dei positivi aumenti, le percentuali restano pressoché a crescita parallela. Come
premessa medica a cui non posso dare risposta scientifica e anche improbabile, comunque da non escludere, non penso che il virus Sars-CoV-2 durante il contagio in Italia sia così mutato da essere così diverso dal resto del mondo. Per questo penso che le ragioni stanno
altrove. Proviamo a cercare di trovare il bandolo della matassa.
Abbiamo visto che le possibilità di sopravvivenza sono molto elevate se ci sono sufficienti dispositivi medici e medicinali. Se il sistema sanitario invece è messo sotto pressione è molto probabile che le persone infette muoiano, per cui a condizioni diverse del sistema sanitario le possibilità di sopravvivenza variano notevolmente. La
situazione degli ospedali in Italia in questo momento non la si può definire eccellente, a dimostrazione di questo ci sono i dati a dimostrarlo, elevati tassi di contagio tra tutti gli operatori sanitari e
mortalità elevata tra i medici di “famiglia”. Questo significa che lo stesso circuito sanitario si è fatto da vettore del virus, quando invece il compito principale era quello di contenerlo e di guarire i contagiati.
Il secondo aspetto che potrebbe aver notevolmente inciso potrebbe essere l’età media dei contagiati.
Sappiamo che la mortalità è più elevata tra le persone che hanno più patologie, per cui solitamente persone anziane. Può essere che da noi si siano contagiati maggiormente gli anziani che i giovani? Attualmente non ci sono stati forniti dati a disposizione al contrario della Germania dove il Robert Koch-Instituts (RKI) ha diffuso già un primo dato che il
51,3% dei contagiati è tra i 35-59 anni, il 29,4 % tra i 15-34 anni, il 16,2 % tra 60-79 anni, il 3,3% oltre gli ottanta anni e solo il 2,8% tra i 0-14 anni. Questo significa che in un sistema sanitario come quello
tedesco questi numeri sono pienamente gestibili senza troppe difficoltà.
E qui si ritorna al punto centrale dei contagiati, cioè la loro rilevazione. Sappiamo che se aumenta il numero dei contagiati percentualmente il numeri dei morti cala, è una semplice frazione
statistica. Per cui se tutti i pazienti con sintomi venissero testati, magari i valori si invertirebbero. Di questo però al momento non abbiamo un dato certo, ma il Veneto con la sua campagna a tappeto è li a dimostrarci che questa potrebbe essere una spiegazione.
Per tornare al punto precedente sull’età  dei contagiati questo potrebbe essere un fattore molto discriminante tra una nazione e l’altra.
Sappiamo che per tradizione e cultura, la famiglia italiana, giustamente, è molto più allargata rispetto al resto del mondo, diciamo che solo la Spagna ci assomiglia per certi versi. Sotto uno stesso tetto
da noi vivono più generazioni, al contrario di quasi tutti gli altri paesi dove i giovani escono di casa molto prima che da noi. Per cui questo contatto ravvicinato tra giovani ed anziani potrebbe aver diffuso di più il virus tra gli anziani prima che intervenissero le misure di distanziamento sociale. Qui si stanno solo sviluppando delle ipotesi, al
momento non esistono dati a confermarlo. Inoltre tutti gli altri paesi
europei, copiando il modello Italia, hanno assunto provvedimenti temporalmente molto prima di noi con le misure di distanziamento sociale, quando ancora l’infezione era circoscritta in luoghi ben precisi. Solo il tempo ci dirà come andranno a finire le cose, anche perché come ha scritto il Centre for the Mathematical Modelling of
Infectious Diseases della London School of Hygiene & Tropical Medicine, in base agli sviluppi in Cina ci vogliono mediamente 14 giorni dopo i test per vedere come una persona reagisce alla malattia.
Per cui come avete letto non esistono fattori unici che possano spiegare perché il tasso di mortalità è così elevato. In questo momento possiamo solo comportarci come gli esperti dell’ISS ci indicano di fare per tutelare maggiormente i nostri nonni e i nostri cari.

G.L Cerere

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