Ven. Lug 10th, 2020

PostaCerere elezioni – vince il gossip e perde la politica

epa08166360 A person casts a ballot at a polling station during the regional elections in the Emilia-Romagna Region, in Bologna, Italy, 26 January 2020. Italians head to the polls in regional elections in Emilia Romagna and Calabria. EPA/GIORGIO BENVENUTI

La rubrica di PostaCerere 

Bolzano, 27 gennaio  – Ho vinto! Tu hai perso! No ho vinto io qui e tu hai perso la! Ammetto la sconfitta! Rivendico la vittoria! Io ho preso più voti qua, si ma tu li hai persi li! Questo sarà il dibattito post elezioni dentro il teatrino della politica al seguito del mainstream mediatico nazionale popolare. Il perenne ritorno alle rivendicazioni elettorali per prepararsi alla prossima tornata elettorale. Che noia cari lettori! Questi poi dovrebbero essere i politici che Vi rappresentano? Fatevi una domanda e datevi una risposta alla Marzullo. Come ho sempre scritto in tutti questi anni, analizzare la politica italiana semplicemente guardando i flussi elettorali è come guardare un virus col microscopio senza vedere l’insieme della malattia sul metabolismo del corpo. Si restringe talmente il campo dell’analisi che si perde di vista il contesto d’insieme o meglio lo sviluppo patologico della malattia. Aver racchiuso il dibattito elettorale per l’Emilia Romagna tra una fazione che si dice che ha governato bene una regione negli ultimi 70 anni e un’altra formazione che sta cavalcando l’onda del consenso del “populismo sovranista”, è stato il punto massimo della politica pre elettorale. Una noia senza paragoni. Persone in piazza senza un perché sia da una parte che dall’altra, ma solo perché l’altro è un concorrente. Nessuno scontro diretto, nessun slancio di rottura e frattura, nuovamente la politica del “che vinca il migliore” e del “vogliamoci tutti bene”. Quindi quello che se ne evince è che il politicamente corretto ha nuovamente rivendicato la sua ideologia nel mondo moderno fatto di degenerazioni sociali, di mondialismo finanziario e di economie schiavistiche. Il linguaggio del politicamente corretto ha fatto si che anche i risultati elettorali fossero tali. Rivendicare una diversità in quanto aggregativa, ma al momento stesso divisiva, non va bene. Razza non si può più dire, bisogna utilizzare la parola etnia; dire frocio è sbagliato e si rischia una querela, bisogna dire omosessuale oppure sessualmente moderno; casalinga è troppo denigratorio bisogna utilizzare il termine manager familiare; anche papà e mamma ormai sono sbagliati, come disse la Meloni, genitore A e genitore B, e così via con migliaia di altri esempi. Il Movimento 5 Stelle ancora nella sua fase incubatrice sembrava essere politicamente scorretto con quel bel va fan culo, molto simile al me ne frego di una volta, è durato il tempo di un battito di ciglia sonnolente, guardali adesso, anzi non si vedono proprio più. Molti di voi penseranno che non mi va mai bene nulla, si perché prova a guardare il bicchiere mezzo pieno: il gap centro destra e centro sinistra si è ridotto; il centro destra ha guadagnato in una regione storicamente di sinistra; Fratelli d’Italia ha triplicato i consensi; ecc,. Si tutto vero, ma al tempo stesso un altro potrebbe dirmi altrettanto l’opposto sulla vittoria del centro sinistra, cioè che ha tenuto, che il buon governo paga, ecc. Ma è proprio questo che io non condivido, la politica come semplice espressione elettorale. Non è la politica che mi appartiene, io amo la passione, l’amore, l’odio, le sensazioni forti che portano allo scontro come momento di frattura e quindi di crescita. Non capire questo fa adagiare le persone sui divani e sulle poltrone come semplici spettatori e consumatori. Io mi considero un essere vivente attivo pronto alla gioia, ma anche alla sofferenza. Ogni volta a urne chiuse mi vengono sempre in mente le parole di Aldous Huxley: “La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia, una prigione senza muri, nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù.”

G.L.Cerere

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