23 Settembre 2021

Omicidio di San Lorenzo. Considerazioni sulla morte di Desirée

Bolzano, 31 ott. 2018 – Désirée. Una ragazza che aveva preso una strada sbagliata? Certo, ma come potergliene fare una colpa in così giovane età? Specialmente quando le nostre istituzioni sono pronte ad additare lei assieme a molte altre ragazze che hanno subito abusi del genere come “tossiche” e ad elevare invece personaggi del calibro di Cucchi a Santini.

Mentre le femministe tacciono sulla terribile violenza che è stata costretta a subire, e prima di lei Pamela, il sindaco (e dico sindaco) Raggi ci tiene a ribadire pubblicamente il proprio antifascismo sui social, e a promettere nuovamente lo sgombero della sede di CasaPound, aizzando il popolo con diverse notizie false, tutte smentite.
San Lorenzo desta da anni in condizioni di criminalità e pericolo, piena di stabili occupati dai centri sociali e da immigrati, all’interno dei quali accade ogni genere di cosa: violenze, furti, OMICIDI, stupri, prostituzione, spaccio, e chi più ne ha più ne metta, il tutto sotto gli occhi fieramente antifascisti della giurisdizione. Ma non è di questo che voglio parlare.

Io voglio immaginare cosa abbia passato quella povera ragazza, voglio immaginare come si sia sentita quell’altra, che, stesa accanto al cadavere di un’amica probabilmente, veniva stuprata dal branco.
Drogata. Violentata. Uccisa. Il suo corpo senza vita nascosto semplicemente da un lenzuolo in un edificio occupato. Désirée aveva poco meno che la mia età. Io non vorrei morire, non vorrei morire così. Chissà come le stava il terrore cucito addosso, e il dolore della violenza negli occhi. Chissà come le stavano le lacrime sulle gote rosse della giovane età, e le grida che facevano bruciare la gola, o forse non riusciva ad urlare… Chissà cosa pensava, Désirée mentre sentiva la vita scivolarle via dalle dita.
No, di certo non voleva finisse tutto in modo così vile, tragico. Che tremendo pensiero è questo. Senza aver detto “addio”, senza aver colto quell’occasione, senza aver sentito quella cicala cantare sotto la sua finestra in una sera d’estate.
Désirée forse un futuro lo immaginava: lei che usciva dal vortice crudele e spietato delle droghe, bellissima nel suo abito da cena di maturità, e poi magari con una corona d’alloro sul capo e una treccia a raccoglierle i capelli sempre in disordine (che poi in disordine non sono mai, ma noi ragazze lo pensiamo sempre), magari si immaginava di camminare verso un altare, o il suo primo giorno di lavoro. Ma di una cosa sono certa: Désirée pensava che avrebbe sopportato qualunque cosa, anche la sofferenza più atroce, piuttosto che morire. È un costo troppo alto, la vita.

Perché Désirée era una ragazza come me, ma non fortunata allo stesso modo da aver incontrato un grande amore, un grande sogno, che le insegnasse a camminare dritta sulla sua schiena. Perché Désirée potremmo essere tutte, e noi tutte, non vorremmo soffrire così, morire senza essere amate, morire sole con il nostro corpo freddo coperto solo da poca stoffa, e di fianco un’altra ragazza che grida mentre violano il suo corpo con la forza: “È morta, l’hanno uccisa!” Terrorizzata dall’idea di fare la stessa fine.

Se è “Non una di Meno” mi chiedo dove siate finite tutte.
La giustizia terrena per questi mostri non avrà mai in serbo una pena che saldi il debito che hanno nei confronti di ciò che sono stati capaci di fare. Li lascio a chiunque ci sia dopo, e con loro Virginia: complice assassina!

Emma Castellucci

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