Dom. Ago 25th, 2019

Infortuni sul lavoro, in Alto Adige il doppio del Trentino

Bolzano, 10 maggio  – Parlare di infortuni sul lavoro è molto complicato. Tutte le statistiche che vengono messe a disposizione sono di difficile comparazione per delle ragioni oggettive. Facile capire che comparare la situazione lavorativa dell’Alto Adige con quella veneta o siciliana è impossibile. Ragioni di natura territoriale, struttura del sistema produttivo, economie di scale, ecc, non permettono una comparazione scientifica dei dati rilevati. L’unica cosa che si può fare è leggere i dati che ci forniscono le varie strutture regionali o provinciali del lavoro o i dati dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL). Per cui per essere obiettivi possiamo semplicemente dire che, stando ai dati forniti dalla ripartizione lavoro della Provincia Autonoma di Bolzano gli infortuni denunciati all’INAIL nel 2015 erano 15.001, una media di 41 al giorno.

Comunque lo si legga, è un numero impressionante; a pensare che ogni giorno 41 lavoratori tornano a casa o vanno all’ospedale con un infortunio, mi fa rabbrividire. Sicuramente sono calati rispetto ai 17.874 del 2010, e questo non può far altro che confortare, ma io mi domando, questo è sufficiente? Come ho detto è difficile comparare il dato, ma se lo facciamo con i nostri vicini del trentino non mi sembra di fare una grossa eresia. La situazione territoriale è simile, più o meno i campi occupazionali sono simili e le strutture aziendali pure, quindi con le dovute attenzioni si possono leggere i due dati in maniera parallela. Bene, nel Trentino il numero degli infortuni sul lavoro denunciati nel 2015 erano circa 8.000, quasi la metà rispetto a Bolzano. Non bastasse, per far capire la differenza, i dati INAIL aggiornati al 2017 ci dicono che nel 2017 solo nell’agricoltura, in Alto Adige, sono stati denunciati 1.924 casi, invece nel Trentino solo 771. Questi sono i dati, ma interpretarli è difficile. Non si riesce a capire perché in zone confinanti ci sia una discrepanza così abissale. C’è chi imputa al fatto che magari in una zona si è più abituati a denunciare che in altre; chi dice che il lavoro nero è maggiore in una zona rispetto che ad un’altra, chi dice che benché sia lo stesso settore ha caratteristiche diverse (per capirci coltivare mele è diverso che coltivare uva, anche se poi le statistiche lo mettono nello stesso settore produttivo dell’agricoltura). Insomma non si capisce della differenza di questi numeri. A me invece quello che fa pensare è il fatto che sul sito della Ripartizione Lavoro della Provincia Autonoma di Bolzano le ultime statistiche reperibile sugli infortuni sul lavoro risalgano al 2015, 4 anni fa.

Qui non si tratta di una critica o di una valutazione politica, ma di una constatazione. Una provincia sempre ai massimi vertici sul numero di occupati e sul risicato numero di disoccupati, con dati aggiornati trimestralmente, non sembra interessata alla ricerca della qualità del lavoro. Non è sufficiente lavorare, bisogna fare in modo che il lavoro sia centrale nella costruzione di una Nazione sana, lo dice pure la nostra Costituzione.

Ma se il lavoro stesso è malato che società ne viene fuori? Ridurre il numero di incidenti sul lavoro è una questione di primaria importanza e dovrebbe coinvolgere trasversalmente tutti i settori della vita pubblica, politica compresa. Invece sembra che la sicurezza sul lavoro sia una questione tra imprenditore e lavoratore e solo in un terzo momento per lo Stato, perché questo costa denaro ai contribuenti. La politica nazionale e provinciale negli ultimi decenni sembra che abbia completamente dimenticato il valore del lavoro lasciando così spazio alla finanza, alle speculazioni, ai mercanti dei nuovi schiavi 2.0.

La tanto amata Unione Europea preferisce non intromettersi nelle politiche del lavoro, gli basta festeggiare il primo maggio, ma ha ben paura a regolamentare un mercato del lavoro adesso lasciato in mano ai banchieri della finanza globalista. Loro possono avere confini aperti per merci e uomini come fossero un unicum. Bisogna avere il coraggio di dire che questa Unione Europea è forte con i deboli e debole coi forti, per questo non serve proprio a nulla.

G.L. Cerere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *