Sab. Feb 22nd, 2020

Cesare Battisti, la storia dell’alpino martire dell’irredentismo

cesare battisti Cesare Battisti

“Fra l’uomo e l’umanità c’è la Patria”: vita ed eroica morte dell’alpino Cesare Battisti

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Pubblichiamo di seguito un articolo de il Primato Nazionale, scritto dalla giovane storica Isadora Medri, sulla vita dell’eroe irredentista Cesare Battisti

Roma, 17 mar – In molti conoscono la vita e l’eroica morte di Cesare Battisti, irridentista trentino catturato dagli austriaci e giustiziato il 12 luglio 1916 mentre in Europa infuriava la Prima guerra mondiale. Quello che in pochi conoscono è l’amore sincero di questo martire per la sua Patria e le parole con le quali descrisse tale genuino amore.

Torniamo ora alle parole che Battisti scrisse nei giorni delle battaglie in Vallarsa e che, dettate e corrette nei momenti di tranquillità, ci restituiscono il valore morale di questo fiero combattente italiano. Su invito della Società Dante Alighieri Cesare Battisti si fa testimone ed oratore per i posteri delle virtù e del coraggio del soldato italiano. Ai soldati italiani – scrive Battisti – va la gratitudine di tutti gli irredenti sia per le loro gesta e sia per l’accoglienza che ricevettero tra le loro file. Nello specifico tanti di essi – come lo stesso Battisi – confluirono nel Corpo degli Alpini.

Ma chi sono gli alpini? Nel 1872 l’illustre generale Giuseppe Perrucchetti scrive un articolo intitolato “Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina”, primo passo per l’istituzione del Corpo degli Alpini i cui componenti dovevano essere reclutati proprio dalla montagna perché dotati di quelle caratteristiche indispensabili per affrontare le insidie dei rigidi inverni, le veglie, le lunghe marce. Gli alpini infatti sono “figli dei monti”, provengono dalle Alpi che cingono l’Italia, ma in tanti emigrarono all’estero: partiti in cerca di lavoro, lasciarono la propria nazione attraversando più volte l’oceano, scavando miniere in Australia, costruendo ferrovie in Siberia, città in Argentina e negli Stati Uniti. Al momento della chiamata alle armi tornarono nei loro paesi d’origine soffrendo la scarsità di lavoro e l’isolamento. Per primi nella notte tra il 23 e il 24 maggio 1915 raggiunsero la frontiera delle Alpi scavando le prime trincee, sistemando reticolati e collegamenti.

A differenza delle guerre risorgimentali – spiega Battisti – che hanno avuto luogo nelle valli lombarde e piemontesi, nel quadrilatero veneto e nell’estrema Sicilia, questa volta il fronte si sviluppa a grandi altitudini: si stava infatti compiendo una guerra alpina. Una guerra fatta di “pareti verticali, di guglie inaccessibili, di enormi calotte di ghiaccio, di canaloni di neve […], frastagliamento di dirupi, di conoidi di ghiaia, di massi frananti e rotolanti”. Insomma, la lotta non era solo contro il nemico austriaco, ma anche contro la Natura. E solo l’alpino aveva gli strumenti per affrontare tali rischi. Lo Stelvio e il Tonale non sono preceduti dagli stradoni puliti che immaginiamo, ma diventano valichi inaccessibili a causa della copiosa neve e del peso che ogni soldato porta sulle proprie spalle, difficili da percorrere per le salmerie e per l’artiglieria. Su ogni cresta a destra e a sinistra del Montozzo (Val Camonica), fino a quel momento raggiunte da sparuti scalatori inglesi o tedeschi deceduti per portare a termine l’impresa, si sono spinti gli alpini e in questi luoghi impervi sono rimasti organizzando la propria esistenza ad altitudini considerevoli: “fortificarsi, trincerarsi, fare la strada per il quotidiano invio dei viveri, delle munizioni”, con la possibilità per questi plotoni di rimanere su quelle vette anche un mese senza un cambio.

Le montagne, teatro principale degli scontri della Grande Guerra, sono impervie e diverse tra loro per caratteristiche e altitudine: “la regione del Montozzo […] è un giardino se la confrontiamo con le Tofane, monoliti arditissimi che sembran torri, e se la confrontiamo con la regione dell’Adamello ad un’altezza fra i 3000 e i 3500 metri., regione che è tutta un immenso ghiacciaio, con crepacci enormi, con pareti a picco, con nevai in continuo movimento”. L’asperità dei luoghi va sommata ad una avanzata tutt’altro che incontrastata, si era infatti sempre sotto il tiro austriaco, e “dove non fu guerra, fu guerriglia”, affrontata dagli alpini sempre “col braccio e col cuore”. Ma quali sono le ragioni di questo slancio, che Battisti definisce addirittura “passione e sentimento”? Egli chiarisce che la nozione di irredentismo negli alpini, che sono per lo più poco alfabetizzati se non totalmente analfabeti, ha origine nell’ambiente fisico e morale i cui sono nati e cresciuti, nel metodo di reclutamento, nell’istruzione militare ottenuta, ed è legato alle diverse professioni esercitate, soprattutto agli adattamenti psichici derivanti dalla vita fatta come emigrante.

Prosegue Battisti: “la montagna è una fata che vuol esser amata e adorata”. Sopporta chi la conosce e la apprezza, chi le si accosta con entusiasmo e fervore. Chiunque la sottovaluta sarà respinto e travolto. Battisti questo lo sa bene, è cresciuto in questi luoghi impervi e conosce le asperità di un territorio vario e complesso. Lo spirito d’adattamento, la prudenza, la tenacia, la sobrietà, la solidarietà e il sacrificio, sono le eccellenti qualità che fanno dell’alpino un professionista della montagna e un vanto dell’esercito italiano.

Aver dotato le compagnie alpine di indipendenza amministrativa ha valso a queste truppe – precisa Battisti – una rapidità di funzioni e di movimenti che ne sanciscono il successo e l’efficacia. Inoltre, in queste divisioni, (lo stesso Battisti lo sottolinea con orgoglio) si respira un profondo spirito di solidarietà e comunione, di affetto e armonia tra soldati e ufficiali, accomunati dallo stesso amore per la montagna. L’alpino non cerca la competizione. L’alpino sa che il suo compito è alto e nobile: deve difendere la Alpi, è la sentinella della Patria, il “di qui non si passa” del Generale Luigi Pelloux, diventa il motto degli Alpini.

L’alpino è versatile – sottolinea Battisti – e quando l’esercito italiano varca il confine se ne ha conferma. I primi accampamenti, quando il genio non riesce a sopraggiungere, sono costruiti dagli alpini. Ecco allora ricoveri, ripiani, canalizzazioni di torrenti, strade e ovviamente trincee. L’alpino emigrante ha fatto diversi mestieri: è stato fabbro, minatore, muratore, falegname ecc. e in guerra queste capacità vengono messe in pratica. Battisti scrive: “il soldato alpino si rivela, si è rivelato in questa guerra miles et civis, soldato e cittadino al tempo stesso come soldato romano. È conquistatore e diffonditore di civiltà. È guerriero e costruttore. Non getta via il piccone per la spada, ma maneggia l’uno e l’altra”.

Per la prima volta dall’unificazione si assiste ad un avvicinamento tra i soldati delle diverse regioni italiane e delle diverse classi sociali. Battisti la definisce la “fratellanza degli italiani”e spiega come il regionalismo – “mai combattuto fino a ora a sufficienza nè dalla scuola, nè dal Parlamento, nè dall’esercito stesso” – ha subito con la guerra un colpo mortale. Gli accampamenti sono per eccellenza luogo di condivisione, vi confluiscono melodie napoletane, canti bergamaschi e villotte friulane, suoni e colori delle città italiane, ma “su tutto trionfa la canzone della patria, gli inni del risorgimento risoti, il saluto a Trento e Trieste”.

“All’amore infinito dei soldati d’Italia per le terre che col loro sangue essi riscattano” Cesare Battisti ha risposto con le parole d’amore e di rispetto che compongono questo scritto del 1916. La sua eredità è la sua testimonianza della vita al fronte, è il suo scacrificio e la sua eroica morte. Per questo grande eroe italiano la concezione della Patria nasce nel presente, ma si nutre degli insegnamenti del passato. L’Italia, terra di energie prodigiose quale è, non deve isolare i propri tesori individuali di intelligenza e di sentimento, ma deve farli confluire nella vita collettiva della Nazione. Per Battisti questa cooperazione si realizza nell’esercito che egli considera sacro. Disprezzare l’esercito – abitudine che si è tristemente diffusa ai giorni nostri – significa disprezzare se stessi e i propri figli, calpestare il proprio onore perché “è il popolo che s’è fatto esercito; è l’esercito che s’è fatto popolo”.

Isadora Medri – Il Primato Nazionale

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